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Elogio della lealtà virtuale (ovvero un predicozzo sui social network)

Odio e amo i social network. Li amo perché li ho utilizzati tutti. Dalla Medusa chat che mi ha vista trascorrere notti insonni, a Napster dove chattando con un’amica attendevo che la 56 kb scaricasse quel brano che dovevo avere nel mio lettore mp3 a tutti i costi, passando per le scomode stanze di libero, approdando a Myspace e terminando il mio social trip su Facebook. Ore di navigazione da far impallidire Cristoforo Colombo.

Google GlassPer chi non la conoscesse, la chat di Medusa era assolutamente libera, bastava scegliere un nickname per esplorare il mondo virtuale. Era come guardare la realtà attraverso un’acquario. Ti passavano davanti tante specie diverse e tu dovevi essere bravo a riconoscerle per non farti divorare dal pirana di turno, che nella maggior parte dei casi era l’erotomane desideroso di placare i propri appetiti sessuali.

Avevo delle regole molto rigide: inizialmente chattavo in incognito con un nome di fantasia e non davo mai informazioni su dove vivessi e cosa facessi. Almeno finché non riuscivo a captare le buone intenzioni dell’interlocutore. Nella peggiore delle ipotesi bastava chiudere la finestra di chat per evitare la conversazione e fuggire una volta per tutte alla caccia dei pirana.

Odio i social network perché il processo, oggi, è del tutto invertito. Sebbene il buon Zuckerberg ci abbia “aiutato” a tutelare la nostra privacy, oggi non è pensabile “chiudere la finestra” per sparire. Il punto è che mentre 15 anni fa utilizzare il nickname di fantasia bastava a farci sentire protetti, oggi non è neanche una nostra prerogativa, perché abbiamo barattato l’anonimato con la reperibilità. E nel frattempo i “nativi digitali” (definizione piuttosto inquietante che mi fa pensare a creature cyborg senza scrupoli a metà fra Robocop e Iron Man) non si pongono neppure il problema.

Oggi le nostre vite sono scandite, attimo dopo attimo, dalla percentuale di batteria dei nostri smartphone. Prima eravamo ciò che mangiavamo, oggi Instagram lo è molto di più, facciamo conoscere i nostri gusti musicali su Spotify, condividiamo i km percorsi con Runtastic per farci incitare dagli amici e farne rosicare altri.

Il nickname è stato soppiantato da un identikit a cui noi stessi contribuiamo giorno dopo giorno. Considerando che non amo i fondamentalismi e che io per prima cedo al fascino di app e tendenze social (che un giro sui Google glass me lo farei volentieri anch’io), ciò che vorrei dirvi con questo post è che le nostre vite non devono necessariamente passare da un social network per essere legittimate; la condivisione di informazioni, lo scambio di opinioni, la diffusione del sapere, questa sì che è la faccia della medaglia che mi piace del mondo social.

Invece per convalidare le proprie scelte non è necessario condividere un post. E se proprio non resistiamo, per lo meno non bariamo con noi stessi.

 

larablogger

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