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Il mio Interstellar, da Bari a Milano

InterstellarUn minuto vissuto a Milano equivale a 7 giorni vissuti a Polignano a Mare. Se avete visto Interstellar sapete di cosa sto parlando, e se non lo avete visto mi starete odiando per lo spoiler.

Esattamente un anno fa atterravo con la mia navicella per me non troppo comoda a Milano convincendo me stessa e i miei cari dell’inevitabilità di quel viaggio che sarebbe servito a garantire la mia sopravvivenza economica. E’ stato uno dei miei pochi atterraggi qui, visto che preferisco il treno, viaggiando di notte, rischiando l’incolumità, ma per lo meno non temendo di schiantarmi ad ogni turbolenza (attendo con ansia che qualcuno di voi mi dica “Ma l’aereo è il mezzo di trasporto più sicuro!”).

Sono partita a Milano per cercare un pianeta lavorativamente abitabile, visto che in Puglia le risorse stavano esaurendosi dopo aver attraversato più di qualche tempesta di sabbia che ha eroso le mie speranze di trovare un lavoro nel luogo che amo e in cui ho vissuto per 30 anni.

Milano Porta Nuova
Scritta presente a Milano Porta Nuova

E poco più di un anno fa scrivevo di come fosse complicata la vita di una barese che vive a Milano, delle strategie di adattamento più o meno infallibili, di come fare a meno di ciò di cui non puoi fare a meno

Da allora ci sono alcune cose che sono cambiate e altre invece che rimangono, irrimediabilmente, inesorabilmente, le stesse.

Mi sono resa conto che per una parte di me che ha dovuto mimetizzarsi per una mere legge di sopravvivenza in questo grande microcosmo che concentra la sua forza centripeta nel Duomo, c’è un’altra parte che rimane profondamente radicata alle sue origini, che rivendica la sua pugliesità, che si aggrappa alla polignanesità.

Ho imparato a prendere Milano così com’è, piena di contrasti e sfumature, cercando di farmi contaminare dalla gamma di Pantone che più si abbina alle mie corde, a cui il bianco e il nero non sono mai particolarmente piaciuti.

Ho imparato ad accettare chi si scapicolla per prendere una metro che ripasserà di lì a qualche minuto, perché ora lo faccio anche io, detestando non poco chi non adotta il “passo milanese” intralciando il mio incedere verso la linea gialla. Per non parlare di chi frena di colpo il suo passo ostacolandoti a bella posta, non curandosi dell’enorme intralcio che crea a prima mattina. Anche i pedoni rispettano una logistica a cui io tengo molto e rispetto con molta diligenza.

La metro per me rappresenta un ecosistema affascinante che attira spesso le mie riflessioni  (lo so, state pensando che non ho un cazzo da fare). Rappresenta quell’intervallo di allenamento all’andata e defaticamento al ritorno prima di tuffarti nel turbinio quotidiano. Qui puoi opporre al caos una linea retta, un percorso da A a B in cui resetti i tuoi pensieri e puoi permetterti di essere te stesso. Osservando questa fauna allo stato brado ho evinto che siamo una massa di guardoni di smartphone altrui. Tutti a preoccuparsi per la privacy e in metro scorriamo incessantemente quel pollice sul display noncuranti degli occhi del vicino che sa meglio di noi come chiamiamo il nostro fidanzato nell’intimità. Mi riprometto spesso di scrivere sul mio cellulare mentre qualcuno mi osserva “Che cazzo guardi”.

Voyeur a parte, a Milano la vita non è poi così insostenibile. Non c’è il ghiaccio che mi sarei aspettata, l’aria non è poi così irrespirabile e gli alieni milanesi non sono ostili, a trovarne.

E’ il tempo che ti frega. Se scendi a casa una volta al mese ti sembra di esserti perso degli anni anziché giorni. Come uno scienziato assetato di dettagli, cerchi di interpretare ogni piccolo cambiamento nelle persone che ami, una cicatrice, una ruga, una nuova maglia, per aggiornare il tuo inventario di ricordi, per non restare indietro nella tua galassia che non è ghiacciata, ma neanche così calda come casa.

Il mio viaggio interstellare dura da un anno e mi ha insegnato a dare il giusto peso alle cose, alle relazioni, ai sentimenti, a ogni singola parola. Voglio poter vivere lo stesso fuso orario di chi è a casa, cercando ad ogni passo di non staccarmi da terra per viaggiare in costante presenza di gravità.

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