mezzi pubblici · pendolari · storia · vizi

9 modi per (non) superare la paura dell’aereo

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Tra dieci giorni torno a prendere l’aereo. Sono passati quasi tre anni dall’ultima volta che ho volato. Si trattava del mio volo solo andata Bari-Milano, da lì in poi solo una collezione infinita di Intercity notte.

Ore di treno a temperature sempre troppo calde o troppo fredde, coperte troppo corte, lenzuola troppo ruvide (o cartoni troppo morbidi, devo ancora capirlo), frenate troppo stridenti, compagni di viaggio troppo loquaci, bui troppo bui, luci di cortesia troppo poco cortesi, cuccettisti troppo poco eroici.
Si, perché io alla convalida del biglietto avrei voluto ritrovarmi davanti ad una sorta Daredevil pronto a trasformare quelle chiavi con cui sui treni aprono tutto, dalla porta del cesso alla scatola nera, in un’arma di precisione, fiondarsi sulla mia cuccetta, ammanettare i malviventi, prendermi in braccio e salvarmi la vita. Ma va bene anche salvarmi la vita e prendermi in braccio.
Si, ho visto troppe serie tv, lo so.
Insomma alla fobia dell’aereo sono grata perché mi ha permesso di vivere nottate avventurose e imprevedibili.
Tra l’altro ho un talento per imbattermi nella visione di sciagure aeree poco prima dei miei voli, che siano al tg o che siano film.
Una volta ho visto Flight a pochi giorni da uno dei miei ultimi voli e alla già consistente casistica di improbabili probabilità che mi attraversano la mente mentre sono in alta quota, che nell’ordine sono:

  • incrociare stormi spensierati di uccelli migranti che vengono tritati dalle eliche
  • essere travolti da una pioggia monsonica. Sì, anche in Italia, co sto buco dell’ozono non si sta mai tranquilli.
  • una montagna sfuggita miseriosamente ai radar che d’un tratto si materializza davanti agli occhi increduli dei piloti
  • prendere in pieno un blocco d’acqua che per qualche ragione fisica si è condensato in un pezzo di ghiaccio, come in una sorta di Titanic ad alta quota, e senza neanche avere il tempo di lanciare nel vuoto il cuore dell’oceano
  • le ali che, all’ennesima vibrazione che sbirci con la coda dell’occhio mentre pensi “ora si staccano ora si staccano”, si staccano (questo è un classico dei fobici)
  • il pilota automatico (che al solo nome rabbrividisco) che decide di rivendicare il superpotere della macchina sull’uomo
  • primo motore in avaria
  • secondo motore in avaria
  • ho lasciato il paracadute a casa

Insomma, dicevo, che accanto a questa casistica ha preso forma l’idea del pilota ubriaco dopo una notte brava con la hostess maggiorata.
A questo aggiungo che una volta mia sorella ha scambiato il segnale di una hostess all’altra che stava per “passami il golfino che ho freddo” in “indossiamo il giubbotto di salvataggio che stiamo precipitando”.

A tal proposito lancio il mio appello universale che ormai porto avanti da tempo, ovvero equipaggiare i passeggeri di paracadute. Ora, devo ancora mettere a punto la dinamica, ma io a sapere che ho un paracadute sotto al sedile magari dormo più tranquilla.
La verità è che a dieci giorni dal mio “primo” aereo fondamentalmente mi sto cagando sotto e non mi resta che confidare nel fatto che il pilota sia Superman, ammanetti la turbolenza, mi prenda in braccio e mi salvi compiaciuto, volteggiando tra uno stormo di uccelli migranti.

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