storia

Quelle volte che

11 anni.
Quella volta che un signore prese la mia mano accarezzandola in modo equivoco anche per una 11enne, invitandomi a raggiungerlo a casa sua. Quella volta lì, impaurita e confusa, per sfuggire a quella morsa infilai la mano nella tasca del mio barbour non originale per proteggerla e ancorarla in un posto sicuro. Non ebbi mai più la forza di rimetterla lì dentro, ne sentivo il tanfo e la morbosità. Per indossarla di nuovo senza provare disgusto chiesi a mia madre di portare la giacca in lavanderia perché io c’ero affezionata a quel barbour non originale.

12 anni.
Quella volta che, alle scuole medie ho subito continuativamente molestie dai miei “compagni”, palpeggiamenti su parti del corpo che avrei dovuto ancora imparare a conoscere, parti violate prima di sperimentarne il piacere. Mi vestivo da maschiaccio e indossavo due taglie in più per negare a me stessa la trasformazione del mio corpo allo scopo di neutralizzare ogni slancio ormonale. All’epoca avevo forme più morbide di adesso, ma io castravo la mia femminilità ancora acerba, imbavagliavo la mia essenza di donna che mi faceva sentire colpevole.
Eppure in tre, in quattro, in cinque o forse più mi circondavano intimandomi di tacere, minacciandomi “altrimenti va a finire tu sai come” se non avessi passato il compito in classe e offendendo la mia famiglia, gratuitamente. Troppo impegnativo per una 12enne.
All’epoca la parola bullismo non esisteva neanche. Ma allora come ora queste violenze ti cambiavano per sempre.

29 anni.
Quella volta che mi venne preclusa una collaborazione perché, nonostante l’invito a cena e il pagamento di una notte in un hotel di lusso, avevo deciso di chiudere la porta dietro di me e non fare entrare il mio futuro datore di lavoro nella mia stanza, di cui mi fu delicatamente comunicato anche il valore. Nella sua mail successiva in risposta alla mia richiesta di spiegazioni in merito alla sospensione del lavoro, legittimò la scelta dicendo che non aveva apprezzato il fatto che non volessi “approfondire la conoscenza”.

33 anni.
Quella volta che rifiutai un colloquio che si sarebbe tenuto in un noto albergo di Milano con buona pace del “recruiter” che mi ha pure bloccato su tutti i canali social.
Lui, a me.

E poi altre volte ancora, sempre dolorose, sempre più disgustose.
Mi fa tenerezza la Lara bambina che doveva imparare a difendersi; mi fa tenerezza la Lara donna che ha imparato a farlo senza barattare la dignità con le opportunità.

Ma mi pervade ugualmente una sensazione di incompiutezza, un profondo senso di ingiustizia che ha scavato in tutti questi anni, in molti altri casi ha fatto vittime.

Fa male sentirsi in dovere di giustificare un “no”.
Fa male chiedersi se ciò che ottieni derivi dalle tue capacità o meno.
Fa male aver rimpianto mille volte di non essere nata con un pene tra le gambe perché stanca di sentirmi debole.
Fa male subire i rapporti sessuali. Sì, anche quelli con il proprio partner. Che avremmo bisogno di più no esenti da sensi di colpa e meno emicranie simulate.
Fa male sperimentare il pudore di non denunciare per paura, per vergogna, perché in fondo “lo sai come sono fatti gli uomini”.

Com’è stato possibile questo capovolgimento di prospettiva? Quale tara culturale ha generato questo paradosso che vede le donne vergognarsi di essere destinazione di attenzioni indesiderate?

Cosa ci porta ad abbassare lo sguardo nel rifiutare un invito esplicito non gradito, magari insistente, e a provarne tutta l’umiliazione che in pochi secondi destruttura la tua autostima che con tanta fatica stai cercando di tenere in piedi?

Siamo vittime, tutti, uomini e donne, di paresi di coscienza di fronte a costumi così radicati nel tessuto sociale da condurci a sospendere i giudizi che danno per assodati comportamenti di genere.

Bisogna disfare la trama, tessere nuovi racconti che parlino di delicatezza ed empatia. Abbiamo bisogno di intrecci gentili, di parole sussurrate, di strette che non lascino lividi ma impronte appena percepibili, capaci di leggere i confini dell’epidermide anche ad occhi chiusi, come pagine di un libro in braille.

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5 thoughts on “Quelle volte che

  1. Profonda, emozionale, sincera, come sempre. Direi anche completa, se non fosse che ti prego di non dimenticare mai di rimproverare anche le donne quando complici (e, ti prego ancora, non prendere ciò come un classico insopportabile atteggiamento maschilista riducibile ad un banale “e cosa pretendi se vanno in giro con le minigonne?” No, non mi riferisco agli atteggiamenti a volte ingenui, a volte maliziosi ma pur sempre femminili; mi riferisco ai comportamenti corresponsabili, che ovviamente non trovano luogo in “Quelle volte che” ma senz’altro in altre, differenti storie). Non voglio trovare impossibili giustificazioni ma soltanto un indispensabile aiuto, un tendere la mano a quegli uomini semplici, genuini, puliti, corretti. Questi esistono, voglio crederci, capaci di mostrarsi tali perfino nei dialoghi maschili sulle donne. Non dimenticarti mai anche di loro, perché fa male sentirsi sempre catalogati ed è ingiusto non distribuire responsabilità. Solo insieme si può vincere.
    Grazie ancora una volta per le tue parole.

    1. Per fortuna ne ho incontrati di uomini e animi gentili che sono in grado di trattenere senza far male, di amare o lasciar andare senza risultare violenti. Proprio per questo so riconoscere subito le parole e gli intenti di quelli che invece agiscono in modo subdolo e viscido.
      E non voleva essere un post femminista il mio. Non mi sono mai rispecchiata nel femminismo e di sicuro esistono anche molte donne che fanno sentire la loro prepotenza e prevaricazione.
      Ma mi rendo conto che anche il semplice camminare per strada sia molto più facile per un uomo che per una donna. Quando rientro a casa la sera mi chiedo spesso se sia un orario opportuno per prendere la metro da sola o se invece non sia il caso di chiamare un taxi. Quanti uomini si fanno la stessa domanda? Grazie a te per la tua attenzione e sensibilità.

  2. Sottoscrivo!
    Nel 1983 Bennato scrisse “Una Ragazza”; purtroppo è ancora così, come di fatti anche tu dici. Il Duemila è arrivato, e già da un bel pò; nulla sembra essere cambiato eppure dobbiamo tutti insieme unirci a quel sorriso speranzoso, dobbiamo.
    Grazie Lara.

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