storia

Del mio Umore Benigno, 13 anni dopo.

Ieri guardavo Le Iene, aspettavo il ritorno di Nadia Toffa perché è una donna che ho sempre ammirato tanto, per come fa il suo lavoro prima di tutto, per l’energia che trasmette e quella marcia in più che le invidio tanto.
Il suo “ho avuto un cancro” è stato sordo e violento come una schioppettata, un pugno in piena pancia, seguito subito dopo dalla forte delicatezza delle sue parole, scelte con la cura di chi rispetta il dolore perché lo riconosce e, adesso, lo conosce. Io, che il cancro l’ho avuto e ho avuto anche la fortuna di evitare le cure più invasive, ho ripercorso in un attimo lo smarrimento e le speranze di quando mi fu diagnosticato 13 anni fa, l’angoscia dei miei familiari, le risate strozzate, lo spaesamento di chi aprendo gli occhi ad ogni risveglio capisce che no, non era solo un incubo.
Invece che dopo il cancro non sarei stata più la stessa lo avrei capito molti anni dopo. E forse non ho ancora finito di capirlo.
Perché hai voglia di leccarti le ferite da solo, le stesse che dopo mostrerai con fierezza, ma anche di prenderti gli abbracci più autentici, di abbassare il rumore di fondo e concentrarti sugli slanci più puri. Una sterzata nel bel mezzo di una strada tranquilla che è troppo presto per non dare per scontata, una brusca sterzata alla vigilia dei miei 22 anni.

Mi chiedo tuttora da dove saltasse fuori tutta quella forza inaspettata e, forse, inconsapevole. Ho pianto solo quando mi fu diagnosticato, scendendo le scale mentre lasciavo l’ambulatorio medico con mia madre che taceva sconvolta, ma poi con una buona dose di razionalità e calma zen, recuperata per chissà qualche archetipica e insondabile ragione, mi sono ritrovata senza neanche accorgermene sul lettino della sala operatoria. Prima di entrarci mi hanno fatta spogliare integralmente e indossare un camice verde, dopodiché mi sono stesa come un prosciutto disossato su una barella ghiacciata. E’ in quel preciso momento che ricordo nitidamente di aver pensato “porca troia, non ho fatto la ceretta!”.

Dettagli antiestetici a parte, in sala operatoria solo un gran via via da cui cercavo di carpire l’abitudinarietà rassicurante, la confortante banalità di scambi di battute di circostanza, troppo normali per considerarla un’operazione delicata (in quegli attimi riscopri una insospettabile passione per i discorsi sull’inesistenza delle mezze stagioni) e attrezzi di cui cercavo di intravedere l’amichevole indole, con scarsi risultati.
Poi il chirurgo, o i suoi assistenti, dopo avermi imbracata che neanche un salto col paracadute, mi fa indossare una maschera (in effetti era pieno carnevale) e mi chiede sorridendo di contare fino a 10 e pensare a cosa avrei desiderato sognare.
1
2
3
4
5
io vorrei essere al mare a ….
E invece rieccomi schiaffeggiata sulle guance intorpidite da un infermiere così figo da essere degno del cast di ER (o forse erano i postumi dell’anestesia e del sogno pilotato a farmelo percepire così). “Ma che stranezza – ricordo di aver pensato – due infermieri identici, anzi gemelli, che si muovono in sincrono… Cazzo ma vedo doppio!!” gli urlo in faccia… urlo per così dire, perché mi rendo conto che l’intervento ha messo fuori gioco le corde vocali per un po’.
Ma quel figo era anche perspicace e quindi mi ha immediatamente tranquillizzata col tono di voce più soave che abbia mai sentito: “Tranquilla Lara, sono gli effetti dell’anestesia. Tra poco vedrai normalmente”. “Ah, menomale… ma non te ne andare eh”.
E ancora sonno profondo per un altro po’. Al risveglio rivedo mia madre, in lacrime, trattiene a fatica i singhiozzi, ma è felice come non la vedevo da un po’. “E’ tutto finito mamma. Ce l’abbiamo fatta”. Pensavo, ma non avevo la forza di dirglielo, anche se lei ha capito lo stesso.
Era il febbraio 2005, il mio ospedale, a Pisa, costeggiava Piazza dei Miracoli. Mentre venivo operata la neve imbiancava il Battistero e la Torre.
Che poi chissà se è storta lei, o siamo storti noi, mi sono chiesta in quei giorni.

E quindi ieri ho ripensato a quel febbraio di 13 anni fa, alla fortuna dell’essere vivi, alla straordinarietà della normalità e alla fantastica invenzione dell’epilazione definitiva.

polignano

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