storia

Di quella volta che mi infilai in una macchina infernale.

Mi chiedo chi abbia inventato la cabina per le fototessere. Parlo di quel box dotato di tendina di plastica situato in stazioni e metropolitane che tutti guardano con un po’ di sospetto come se fosse un luogo di perdizione.
Oggi entro in questa specie di ripostiglio con un po’ di imbarazzo e la stessa curiosità di chi si appresta a scoprire Narnia. La tendina protegge la visione per 1/3 rispetto all’altezza che sarebbe necessario occultare. La mancanza totale di privacy rende tutto decisamente molto imbarazzante.

Lo spazio è talmente piccolo da non sapere dove piazzare l’ingombrante piumino che indosso, perché oggi a Milano dovete sapere che c’erano 5 gradi.
Mi giro per “accomodarmi” e mi ritrovo davanti un impietoso primo piano che mi regala 20 anni di più (non lo sapevo mica che fosse anche una macchina del tempo) e che cerco di ignorare con lo stesso distratto pudore di quando per sbaglio mi parte sullo smartphone la telecamera frontale, con buona pace della mia autostima.

L’altezza dello sgabello è decisamente inferiore rispetto al livello della fotocamera; per procurarti uno scatto devi restare per 10 secondi in posizione di squat con glutei e addominali contratti, fingendo un’espressione rilassata senza tradire l’evidente tensione che mannaggia a te quando hai disdetto l’abbonamento in palestra. Decido quindi di piazzare il piumino sotto il sedere. Respiro. Ce la posso fare.
La macchina infernale a cui non sono piaciuti subito i miei 5 euro, costringendomi a inserire la banconota in tutte le angolazioni che un goniometro possa annoverare, mi propone tre opzioni: 4 fototessere + ritratto, 8 fototessere, solo ritratto. Che poi vorrei sapere chi si ficca in quel loculo per farsi fare un ritratto. Vado per le 8 fototessere. “Sono pronta”.
Inizia il countdown.
Il piumino si è afflosciato, punto i piedi e vado in squat dicendomi che, dai, avrò delle foto di merda ma almeno il culo più sodo. Sono i secondi più lunghi della mia vita, una folata di vento solleva la tenda di plastica e i passanti sbirciano proprio quel momento cruciale. Sul mio volto un’espressione a metà tra l’umiliazione e l’imbarazzo.

3

2

1.

FLASH (accecante).

Prima della stampa, la macchina infernale mi mostra l’istantanea di questo momento grottesco. Sono gonfia e asimmetrica come le sorelle di Cenerentola. Una voce troppo meccanica perché possa percepirla rassicurante mi dice: “Per ripetere lo scatto premere il pulsante”. Peccato ce ne siano 8 e io non sono mai stata fortunata con la slot machine. Provo l’unico con un colore differente dal resto. La macchina infernale riparte col countdown. “Cazzo, non ero pronta”.
Punto i piedi, squat, trattengo il fiato, espressione neutra nella percezione, ma puntualmente ebete nella realtà.

“Raccapricciante”. Ripeto.

Al terzo tentativo la macchina infernale decide che non ne può più delle mie indecisioni e va in stampa, senza neanche mostrarmi il risultato che attendo impaziente e furtiva fuori dalla cabina, come se stessero per fornirmi una dose di droga.

Non solo sembra l’identikit di una terrorista in fuga, ma mi ha rifilato le 4 fototessere con tanto di gigantografia, che vi risparmio.
Questo è un post di sensibilizzazione volto a promuovere l’utilizzo dei selfie al posto di questi primissimi piani, impietosi e multipli e pregni di angosciante disistima.

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